Il senso della fede

Aggiornamento Aprile 2022: l’articolo è stato leggermente modificato dalla sua originaria pubblicazione, avvenuta il 26 Gennaio 2022.

In quanto atea convinta, penso che, in merito all’esistenza di una divinità, l’ateismo sia la posizione più convincente e più solida che c’è a disposizione. La penso, in verità, ancora più solida dell’agnosticismo: se non ci sono prove dell’esistenza di qualcosa, infatti, il “no” e il “sì” non sono equiparabili, e bisogna tendere verso il “no”.

Inoltre, in quanto individuo che vive e opera in un paese a maggioranza credente, ho spesso a che fare con credenti di varia natura. I miei di solito sono cristiani cattolici, con in più qualche protestante; ma penso che mi potrete seguire anche se i vostri sono musulmani, o ebrei, o in generale persone che credono nel Dio della tradizione abramitica, in una sua versione più o meno annacquata.

Da atea che ha a che fare con credenti, il mondo della fede è per me spesso fonte di stupore e di domande. E la domanda più grossa è questa:

Se l’ateismo è davvero questa posizione assolutamente razionale e logica, perché allora molte persone intelligenti, colte e dotate di spirito critico, che sono in grado di seguire i ragionamenti razionali e logici e di coglierne gli errori, sono credenti?

Questa è direi la domanda delle domande per il mondo ateo, la domanda su cui la nostra empatia si blocca e fatichiamo a darci una risposta che possa avere un senso. La domanda rispetto alla quale il mondo dei credenti sembra un mondo alieno e incomprensibile; perché noi, ovviamente, non vogliamo rinunciare all’idea che l’ateismo sia razionale (perché lo è), ma allora perché non tutte le persone razionali sono atee, e anzi, molte sono credenti?

Alcuni tentano di cavarsela sostenendo che nessun credente è in realtà intelligente o colto; e lo dicono sia esplicitamente, sia in modo più sottile, calcando per esempio la mano sulle correlazioni tra credenza in Dio e QI, o credenza in Dio e cultura scientifica.
Ma per me, e ve lo dirò chiaro e tondo, è evidente che questa posizione non è sostenibile.
Infatti, se lo fosse, io e pochi altri milioni di atei saremmo gli unici esseri umani intelligenti tra miliardi di persone: che culo, eh? Mi sarebbe andata proprio bene, soprattutto se considerate che io sarei uscita intelligente pur avendo ricevuto un’istruzione e una cultura da persone per la maggior parte credenti. Un fiorellino speciale, non c’è che dire.
(Questo argomento segue più o meno la stessa logica dell’argomento della botta di culo proposto dall’Eterno Assente: a chi è convinto di credere nell’unico vero Dio – quasi sempre quello che gli hanno insegnato a venerare in famiglia – si può rispondere: «Ma che culo! Sei nato proprio nel posto giusto e nel momento giusto in cui si adora l’unico vero Dio»).

Altri atei provano a giustificare la fede appellandosi alla non-razionalità, affermando per esempio che i credenti hanno molti bias di conferma e dissonanze cognitive. Il che è fondamentalmente vero, intendiamoci; ma perché li abbiamo tutti. Quindi, se c’è qualcosa che differenzia essenzialmente “noi” atei rispetto a “loro” credenti, non è la presenza di bias.

E poi c’è la frase che la gente tira fuori quando non ha altre opzioni: “boh, la gente ha bisogno di credere”. Quando lo si dice, spesso sembra che lo si intenda in senso dispregiativo, come dire: “noi atei (cioè, noi intelligenti) sappiamo che Dio non esiste, ma la gente povera e ignorante ha bisogno di un Dio, poverina, non può proprio farne a meno, non è mica come noi“.
A cui, naturalmente, si risponde di nuovo con l’argomento della botta di culo precedente.

In questo scritto, voglio ufficialmente e dichiaratamente dissociarmi da questo modo di pensare: se c’è un “noi” e un “loro”, io non sono certo intrinsecamente migliore di loro.
Però.

Però sono comunque giunta a pensare che esiste un senso che si può dare a quella frase, “la gente ha bisogno di credere”, che forse può spiegare che cosa rende me, atea, fondamentalmente diversa da un credente.

E’ da un po’ che ci penso, e l’occasione di buttare giù tutto questo è venuta ora perché ho avuto la sfortuna di imbattermi in un credente particolarmente ostico da comprendere, che non nominerò perché mi ostino a non volergli dare visibilità (e anche perché io e lui ce la giochiamo alla pari, in termini di persone raggiunte). Quindi, ecco qua.


Il senso, detto in soldoni, è questo: credo fortemente che le persone che credono utilizzino la loro fede per soddisfare uno o più bisogni emotivi che hanno.

Più ci penso, e più vedo che da questo punto di vista la fede è perfetta. Infatti, essendo una credenza stratificata e complessa, può coprire più bisogni contemporaneamente, in persone diverse ma anche nella stessa persona, tra cui:

  • La paura della morte, e quindi la necessità di “prepararsi” ad essa;
  • Il senso di mancanza di qualcuno o magari il rimpianto che sia morto, perché è rimasto qualcosa in sospeso o perché c’era ancora molto tempo da passare insieme;
  • La sensazione di mancanza di un senso o di uno scopo;
  • Una sensazione generale di fallimento;
  • Un senso di solitudine, di estraneità, un bisogno di comunità;
  • Un bisogno di familiarità, di tornare bambini;

… e decine di altri, dipendenti dall’esperienza di ciascuno.
Per fare solo alcuni esempi su come questi bisogni possono essere bene o male coperti dalla fede:

  • La paura della morte si può esorcizzare seguendo dei precetti che assicurano un posto in Paradiso, per cui la morte diventa solo un passaggio a un mondo (eterno) migliore;
  • Il rimpianto nei confronti della morte di qualcuno si può curare con l’idea che quella persona sia in un certo senso ancora viva (nell’altra vita); e quindi la si potrà re-incontrare una volta morti anche noi, oppure la stiamo già incontrando, perché ci sta guardando dall’alto;
  • La sensazione di mancanza di senso si può risolvere con l’idea che il mondo sia un progetto ideato da un essere perfetto e infallibile, per cui un senso c’è, anche se incomprensibile o inconoscibile;
  • La sensazione di fallimento si può zittire con l’idea di essere amati incondizionatamente dai propri fallimenti, o di essere considerati eccezionali da qualcuno (Dio) solo in quanto esseri umani, o credenti;
  • Il bisogno di comunità si può soddisfare con le messe in gruppo, così come il bisogno di familiarità (per chi è cresciuto in oratorio, per esempio);

… e così via, con altri bisogni e altri modi per soddisfarli che la fede può offrire, dipendenti dalle esperienze di ciascuno.

Attenzione: questo non significa che un essere umano necessariamente utilizzerà la fede per soddisfare i suoi bisogni emotivi.

Innanzitutto perché, ovviamente, gli atei sono diversi dai credenti proprio perché sono persone per cui, per un motivo o per un altro, la fede, in qualunque tipo di divinità, non soddisfa proprio nessun bisogno; al contrario, la fede è proprio qualcosa di cui non sentiamo il bisogno, e se ce l’avessimo, staremmo peggio.

Ma anche perché, semplicemente, le persone sono diverse e hanno esperienze diverse, e quindi soddisfano in modo diverso i loro bisogni. Un senso generale di fallimento, per esempio, può essere sfogato in qualunque cosa: nella fede, ma anche in una dipendenza da sostanze (di qualunque tipo, dall’alcol ai videogiochi al sesso), nella produzione o fruizione di arte (libri, film, serie tv, videogiochi…), nello studio, nel cibo, nella mancanza di cibo, nel dolore, nel piacere, nel piacere estremo, nel controllarsi con il piacere, nell’aderenza a un movimento di idee (fascismo, nazismo, comunismo, femminismo, nichilismo…), e diecimila altre cose. La fede è solo un’altra opzione.

Un’opzione, va detto, non sempre innocua: ha per esempio provocato molto dolore e molte sofferenze nella storia, ed è stata usata e ancora viene usata per far del male agli altri — per esempio, per discriminare le persone non eterosessuali.

Ma un’opzione, nondimeno; e finché il credente che abbiamo di fronte non è un bigotto omofobo, misogino o altro, finché insomma la sua fede è pressoché innocua e non pericolosa per sé o per gli altri, non ci vedo nulla di male, né tantomeno vedo ragioni per convincerlo ad abbandonarla.

Però… c’è un però.


Il però è che, posto il mio rispetto nei confronti della fede usata in questo senso, sarebbe meglio che un credente lo sapesse, che la fede gli serve a questo. Servirebbe un po’ che firmasse il foglio di autocertificazione proposto dall’Armadillo di Zerocalcare in Strappare lungo i bordi: “il soggetto è consapevole e può quindi continuare la sua pantomima” (link, da 4:37 a 5:03 circa). Saperlo lo aiuterebbe innanzitutto a conoscere se stesso, a sapere cosa lo muove e perché, e questo sarebbe già un bel passo avanti; ma aiuterebbe anche, incidentalmente, a ridurre il fondamentalismo e il bigottismo: infatti, se ognuno fosse più consapevole del suo motivo personale per cui crede, forse troverebbe meno strano che altre persone possono fare altre esperienze, e quindi di conseguenza fare altre scelte (tra cui aderire ad altre religioni, o non credere affatto).

Il fatto è che, però, ben pochi credenti indagano davvero sul bisogno che sta dietro alla loro credenza, perché il sistema della fede si basa su un ragionamento autoreferenziale: la fede è la giustificazione della loro credenza in Dio (perché credo in Dio? Perché ho fede), ma la fede è data all’umanità da Dio stesso, che è l’oggetto della credenza che si dovrebbe giustificare (perché ho la fede? Perché me l’ha data Dio).
In sostanza: credo in Dio perché ho fede, e ho fede perché credo in Dio.
La fede si autogiustifica, e quindi finché un credente resta circondato da altri credenti, non si domanda mai i motivi veri per cui crede.

C’è però un momento in cui il castello di carte crolla, e il credente inizia a rivelare, da sotto quella spessa coltre di polvere sotto il tappeto in cui l’ha infilato, il vero motivo della sua fede. Ed è quando parla con un ateo.
Quando avviene, cioè, l’incontro tra “noi” e “loro”.

L’incontro con un ateo in questo senso è decisivo, perché tra le tante cose, un ateo non accetterà mai il ciclo autoreferenziale della fede, e quindi, per poterci parlare, un credente è obbligato a parlare di altro. Ed è in questo altro che si manifesta il vero bisogno del credente, di solito tramite domande incredule sull’esperienza atea. Domande che quindi anche io, direttamente o indirettamente, mi sono sentita porre.
Alcuni esempi:

  • “Ma tu come fai a vivere sapendo che finisce tutto?”
  • “Come può un ateo vivere sapendo che non c’è vita dopo la morte?”
  • “Ma tu credi davvero che tutta questa questa complessità stia qui per un mero frutto del caso?”
  • “Ma tu credi davvero che è per un caso che siamo qui?”
  • “Ma come può un ateo avere una morale assoluta? Non potrebbe uccidere qualcuno per suo tornaconto?”

E tante altre, che alle mie orecchie, in realtà, significano una sola cosa: “Ma come farei io a vivere, se pensassi della vita quello che tu pensi?” (Cioè, che non c’è vita dopo la morte/nessun progetto cosmico prevedeva la nostra esistenza/le persone potrebbero non avere la mia stessa morale/eccetera).

Se chi pone la domanda realizzasse che spesso è quello ciò che si sta realmente domandando, forse trovrebbe più interessante auto-indagarsi: per quale motivo non può o o non vuole crederlo? Qual è la paura, il trauma, il bisogno che sta dietro a questa necessità della sua mente?

Ma un credente di solito non lo realizza, e io ve lo dico: non ho proprio voglia di porgli io le domande che dovrebbe porsi da solo. Anche perché di solito, quando si prova a fare domande del genere alle persone, le persone si sentono indagate e messe alla prova, e quindi rispondono con ancora più cattiveria.

Quindi, cari credenti, se mai leggerete questo scritto, fatemi un favore.
Accollatevelo voi, questo peso per voi stessi.
Arrivate a una conversazione sapendo cosa tenete nascosto sotto il tappeto, e sapendo quindi che non c’è nessun motivo di proiettare sugli altri i vostri bisogni.

E poi, forse, potremo anche discutere su come faccio io a vivere una vita serena pur essendo atea (e anzi, proprio per questo).
Ma forse anche no, perché non è che sono ai vostri comodi.

4 commenti

  1. Billy blues ha detto:

    Interessante questo articolo: finalmente una persona atea che non ritiene i credenti dei minus habens o indottrinati dalla nascita. Però l’articolo sorvola sul dato fondamentale: la mancanza di senso sarebbe una notizia agghiacciante, non è certo come bere un bicchiere d’acqua fresca. Di solito l’ateo cerca di spiegare la mancanza di senso con frasi piuttosto banali e superficiali: “Alla vita il senso glielo dobbiamo dare noi”, che vuol dire vivere di illusioni, oppure “il senso della vita è vivere” ma potremmo morire anche donani. Spiegazioni insufficienti, ma l’ateo spesso non se ne rende conto…

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    1. sylviagreenwriter ha detto:

      Interessante questo commento. Mi permetterò di analizzarlo.

      La prima cosa che noto è l’impersonalità.
      Tu ti trovi nel mio blog, nel mio spazio personale, i cui commenti sono moderati da me. E nel mio spazio, in un commento che sai che leggerò… tu non parli a me. Tu scrivi: “L’ateo cerca di…”, “L’ateo non se ne rende conto…”. L’ateo. L’ateo chi?
      Io sono atea. Sono femmina, innanzitutto. Mi chiamo Sylvia Green (nome di fantasia), sono del 1997, vivo a Milano. Ho una laurea, un lavoro, degli amici, un blog. Stai parlando con me, per caso?
      No, tu non stai parlando con me. Tu scegli di parlare con l’ateo impersonale, l’ateo generico.
      Nel mio blog, però. Assicurandoti che io legga.

      E la seconda cosa che noto è il giudizio.
      “Frasi piuttosto banali e superficiali”, “spiegazioni insufficienti”. Secco. Universale.
      Ci può anche stare che per te, dire “il senso della vita è crearsene uno” sia una frase banale e superficiale. Posso immaginare che avrai avuto delle esperienze, degli studi, delle letture, degli spunti per cui, per te, quella frase è banale e superficiale, che magari l’hai sempre sentita e non ti è bastata, che ti è servito qualcos’altro.
      Ma per “l’ateo”, quello a cui stai parlando, quella frase che per te è “piuttosto banale e superficiale” potrebbe invece essere carica di significati. Potrebbe richiamare alla memoria delle letture, delle esperienze precise; per cui “l’ateo” a te dice quello, e nella sua testa ha un mondo. Un mondo diverso dal tuo, magari completamente opposto, che forse non riuscirai mai a comprendere.
      Certamente però non lo accetti. E giudichi: “Spiegazione insufficiente”.

      Data questa analisi, mi riservo della facoltà di non risponderti ulteriormente.

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      1. Billy Blues ha detto:

        Il fatto è che ho trovato il tuo articolo leggendo un link del blog l’eterno assente. Articolo piuttosto pesante perché ripropone le solite frasi fatte sul credente indottrinato dall’infanzia ed incapace di ragionare. Ti ho risposto perchè avevi posto una sorta di sfida ai credenti. Mi ha colpito però che alla tua analisi sfuggisse un fatto evidente: che sembri porre come domande secondarie quelle che invece sono le domande essenziali. Quindi concordo con la tua analisi, ma mi piacerebbe che ti rendessi conto che a mio avviso è incompleta. Su di me non ti posso dire molto se non che ho più di 50 anni e vivo nel centro Italia, anche io lavoro. Purtroppo ho avuto problemi su internet con persone poco educate, per questo preferisco mantenere l’anonimato. Mi ritengo aperto al confronto, infatti sul canale yt Podio di Cicerone ci sono due dibattiti a cui ho partecipato con persone atee. Non mi pare di essere stato offensivo ma se ti sei sentita urtata dal mio precedente commento ti chiedo scusa

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        1. sylviagreenwriter ha detto:

          Accetto le tue scuse 🙂

          Dove ti è sembrato che per me quelle domande fossero secondarie? Non lo penso affatto.
          E’ importante per ciascuno di noi chiedersi: qual è il senso della vita – se c’è? Come mai siamo qui – se c’è un motivo?
          Ma per me sono domande personali, che ognuno si può chiedere nella propria interiorità. Quello che mi pare di aver scritto è che, quando quelle domande vengono poste da credenti ad atei, ai miei occhi costituiscono una sorta di finestra, che mi rivela il motivo della fede del credente con cui sto parlando.

          Tu dici che concordi con la mia analisi. Sono contenta, ma vorrei che capissi bene che cosa implica, quindi te la ripeto in modo più sintetico.
          Secondo la mia analisi, innanzitutto la fede non è un dono di Dio. (D’altronde, come potrei sostenere che lo è? Sono atea). Ma soprattutto, la fede non è giustificata da ragioni esterne: la fede viene dal credente stesso e dai suoi bisogni emotivi. E la sfida, che rivolgo ai credenti, è quella di identificare questi bisogni e di riconoscerli dentro di sé, prima di andare a cercare altrove il motivo per cui credono.

          Sei sicuro di essere d’accordo? Se sì, sei invitato anche tu alla sfida. Ovviamente è una sfida aperta, non ti chiedo di scrivere la risposta, sono affari tuoi il motivo per cui credi 🙂

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